Doveva esserci una rivoluzione, e invece, anche con l'avvento di Prodi e dell'ingombrante ciurma di centrosinistra al governo, la Rai è rimasta pressappoco la stessa. Si sono registrati cambiamenti minimi, dopo il marasma che aveva accompagnato pronostici e aspettative sullo spoil system a Viale Mazzini. Gianni Riotta al TG1 al posto dello scontato addio di Clemente J. Mimun (a quando il TG5?), Caprarica al Giornale Radio. Per il resto, tutte le poltrone sono rimaste congelate. Insieme alla nomina, rimasta invisibile, di Giovanni Minoli, che sarebbe dovuto diventare direttore TG1, direttore RaiUno, vicedirettore generale Rai. Accontentandosi però di lanciare corpose frecciate dalla poltrona di La Storia Siamo Noi (l'ultima puntata dedicata alla tv e alla mazziata alla Endemol è stata più che disgraziata per i toni sospettosi utilizzati dal padrone di casa - ed è noto quanto Minoli sia tollerato zero dal sottoscritto). Ora però ci ritroviamo governo in barca e speranze disattese, con un iceberg sempre più vicino e una nave ridotta ad umile carcassa. Uno scenario perfetto per riaccendere i motori del totopoltrone.
Ad aiutarci nell'impresa c'è Marco Castoro dalle colonne de Italia Oggi. Partiamo da Cappon, l'attuale direttore generale Rai, costretto a misurarsi quotidianamente con molteplici grattacapi, dalle nomine bloccate al cda che rimane in bilico, senza accennare la caduta. Dietro di lui scalpita proprio Minoli, il quale, vedendosi sfilate tutte le possibilità ventilate mesi fa, non è neppure riuscito ad aspirare al comando di RaiDue. Ma Minoli è insidiato dal più papabile Maurizio Beretta (Confindustria), spinto dalla premiata ditta Curzi, Rognoni e Petruccioli, ormai stanchi delle menate di Cappon, sostenuto soltando da Rizzo Nervo. La sensazione è che serva attendere un colpo grosso perchè avvenga il ricambio.
Ma la merce più succulenta risiede nuovamente nella sezione tg, nella quale il parapiglia è sempre vivace e divertente. Il TG1 continua a macinare ascolti alle 20, ma l'edizione delle 13.30 non riesce a contrastare una costante emorragia. Gianni Riotta, nominato direttore giusto nove mesi fa, pare si sia già stancato di rendere conto a tutti del suo stile, macchiato dall'alone del famigerato panino politico e dai recenti fischi cancellati in favore di Prodi: i nuovi obiettivi ora puntano verso la carta stampata, destinazione Corriere o La Stampa. Il posto lasciato vacuo stuzzicherebbe Antonio Caprarica, che lascerebbe di corsa RadioRai (anche se l'ambizione maggiore lambisce la poltrona di RaiUno), ma anche Badaloni (Rai International) e Mineo (RaiNews24) ci stanno facendo un pensierino. Anche il direttore del TG3 Antonio Di Bella vorrebbe finalmente cambiare aria, sostituendosi a Giulio Borrelli nella sede Rai di New York: lo scambio potrebbe avvenire molto rapidamente. Per le Tribune Parlamentari spingono invece Amen e Ferragni, con Maccari che però resta favorito, per succedere al partente Mimun (destinazione TG5, ma chissà ancora quando).
Sicuri della poltrona sotto le natiche rimangono Mauro Mazza (TG2) e Antonio Marano (RaiDue), affiliati al centrodestra e fieri di mantenere ben piantata in un suolo nemico la bandiera dell'opposizione, nonostante il TG2 continui a perdere colpi (e il tg suddiviso in due per sbeffeggiare l'Auditel è un chiaro segnale di nervosismo) e RaiDue non brilli certo per entusiasmo. Ma anche il direttore leghista ha avuto di che soffrire, dopo il flop Votantonio, che ha agitato le già torbide acque della sua imperfetta gestione.
Ammetto, sbeffeggiando la mia puntigliosa ignoranza, di non aver carpito, fin nei profondi appigli tecnici, il disegno di legge del sistema radio-televisivo proposto dal Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. Scanso, sudando, tutte le critiche e le esternazioni delle due opposte fazioni che, coerentemente, si impegnano sempre a portare acqua al proprio mulino (anche se non sempre si accorgono che si ritrovano pale rotte) e alla fine ho capito con certezza soltanto una cosa: un canale Rai, uno Mediaset e uno Telecom devono, entro 15 mesi dall'approvazione della legge, fare le valige e spostarsi in toto nel digitale terrestre. Gentiloni vuole smantellare il supposto duopolio Rai-Mediaset, vuole far emergere nuovi soggetti, vuole dare loro la possibilità di giocarsi sul campo le proprie prospettive. Via un canale a testa, si libereranno preziose frequenze da rinviare al mercato. Così qualcun altro potrà finalmente trasmettere.
Ora. Entro il 2012, l'intera attuale tivù generalista si dovrà spostare nel digitale terrestre. Sistema che offre una tonnellata di frequenze e che favorirà spontaneamente un succoso ventaglio di possibilità di programmazione. Ammesso che entro il 2007 Rete 4 e RaiTre (o RaiDue, visto che a Viale Mazzini sono tuttora profondamente indecisi su quale rete spedire al digitale terrestre) debbano necessariamente partire, in cinque anni quale sarebbe il vantaggio di un nuovo polo che sostituirebbe lo spazio lasciato vuoto dai suddetti canali cacciati? In cinque anni riuscirebbe con successo ad affermarsi? Ma se poi tanto nel 2012 cambierà il campo della partita, tutti dirottati sul digitale terrestre? Quando Gentiloni parla di pluralismo, di che diavolo disquisisce? Certo, poi c'è l'affaire pubblicità, c'è la spina dell'Auditel, tutte materie da analizzare con puntigliosa precisione. Mediaset è già saltata dalla sedia (Emilio Fede sta già maledicendo i comunisti), anche perchè già vede imminente una prosperosa riduzione degli introiti pubblicitari. La Rai ancora sta alla finestra e anzi attende direttive per la sua autoregolamentazione interna.
Ad ogni modo, rimane una televisione ancora incollata al mero dato monetario. Si vuole fare ascolti, anche la Rai, che con una mirabile faccia tosta via Cappon pretende un vistoso ritocco del canone annuale, ha già fatto tesoro del precetto che si campa con la pubblicità e che i soldini del canone si acquieta la voglia del pubblico di trasmissioni da servizio pubblico. Piuttosto che sbattersi la testa per lanciare reti nell'etere digitale, se riuscissero per primi a ritoccare il metodo Auditel sarebbe già buona cosa, visto che tutto è tarato sul sistema di misurazione dell'ascolto. Poi agiamo sulle idee. Perchè Gentiloni vorrà pur spezzare il presunto duopolio (profondamente negato da Landolfi), ma è perfettamente inutile far entrare nel campo televisivo nuove entità che in cinque anni annasperanno in un cocente anonimato, con la speranza, asintoticamente ridotta a zero, che tanto la televisione rimarrà non meno degradata di ora. Il problema, forse, sta propria da un'altra parte. Ma loro del governo dicono, da qualche parte toccherà pure iniziare.
Non c'è più l'informazione di una volta. Ammesso che ci sia stata una volta. Ora i mezzi di comunicazione sono in mano ai partiti e i giornalisti si divertono a fare i reality. Il telegiornale non è più quello dei nostri nonni, alle 13 e alle 20 assistiamo imperterriti ad una scorribanda implume di notizie insipide, condite di granulosi commenti su commenti su commenti di chiunque e su qualsiasi cosa, che sia assimilabile alla politica - perchè è solo nelle interviste ad hoc che i politici si truccano da Marilyn Manson pur di cogliere la luce del faretto migliore.
Un esempio pratico e facilmente recuperabile è quello fornito gratis dal TG1. Mandato via a calci nel sedere Clemente Mimun, il cui uno merito riconosciuto, prima di dare il via al festaiolo spoil system, è quello di averle suonate ogni sera alla concorrenza di Rossella al TG5, ai piani alti del tg di RaiUno si è insiediato Gianni Riotta. Il cui primo obiettivo così a cuore dei rivoluzionari di sinistra era quello di spezzettare il famigerato panino. Big Mac tipo: servizio da Palazzo Chigi, commenti della maggioranza, commenti dell'opposizione, chiusura affidata alla maggioranza. Pare che fosse una strategia molto in voga in epoca berlusconiana. Riotta l'ha fatalmente riproposta quando s'è dovuto ahimè occupare della Finanziaria. Un bello sfilatino ripieno di mortadella croccante. Indigesta all'opposizione, ovvio. Tutti si sono scatenati, com'è ovvio. Paolo Bonaiuti, riprendo da Dagospia, ne descrive il gusto: «Il vecchio "panino" non c'è più perché hanno buttato via il pane, ovvero la sostanza, ed è rimasta la solita, stantia mortadella di Prodi». In compenso Attilio Romita, che pare uno dei peloti berluscones, s'è preso la briga di far sedere Prodi e di strappargli una comoda intervista in salotto. Bazzecole. Fatto sta che pure il TG3 s'è inchinato a sottolineare le meraviglie della Finanziaria. E quando Berlusconi prometteva la moltiplicazione dei pani e dei pesci è stato fischiato. A quelli che comandano ora piace solo l'affettato.
Ma il vero spasso è stato seguire sul TG2 il discorso alla Camera di Romano Prodi sulla questione Telecom. Finita l'arringa sonoramente fischiata dall'opposizione, il tg diretto da Mauro Mazza (affiliato al centrodestra) ha proposto un bel servizietto con la frase top del premier rappata e diffusa su Internet. E il TG2 è stato l'unico tg a dar conto di questo scoop, roba da Studio Aperto dei poveri, naturalmente. Apriti cielo, l'Unione ha tuonato contro il vilipendio istituzionale, Francesco Storace (An) ha ricordato le "benignate" a Berlusconi. Mica ha tutti i torti. Però vedere codeste scene da teatrino rionale in un telegiornale meridiano è simpaticamente sconvolgente, soprattutto dipinte come notizie di primo rango. Ecco, giusto per dire come in Italia siamo messi con l'informazione televisiva...
Dopo la guerra delle poltrone, con individuazione benché ancora offuscata dei protagonisti principali, da qualche giorno è scattato il valzer delle poltrone: la girandola è appena iniziata in casa Rai, dove si valutano nuove personalità sui troni del potere ai piani alti di Viale Mazzini.
Ormai silurato Fabrizio Del Noce, partente da direttore di RaiUno (verso lidi Mediaset, Sky o Rai di New York?) e pare unica certezza fino a questo momento in mezzo all'indistinto marasma di voci di corridoio e candidature ufficiose, e dato quasi per scontato l'abbandono anche di Alfredo Meocci per il caso di incompatibilità sancita dall'Autorità per le Comunicazioni, la carica di direttore generale della Rai sembra ora ben salda nelle mani di Claudio Cappon, ben visto da entrambi i poli e nome non nuovo all'incarico, che lo stesso Cappon aveva ricoperto dal 9 febbraio 2001 al 19 marzo 2002 ed attualmente amministratore delegato della Consap. Giovanni Minoli, che in un primo momento era dato alla poltrona di RaiUno al posto di Del Noce e poi unico pretendente alla carica di direttore generale, ricoprirà il ruolo di vicedirettore generale, anche se Dagospia fornisce oggi i nomi di già tre vicedirettori generali: Giancarlo Leone (Udc), Guido Paglia (An) e Marcello Del Bosco (Ds). RaiTre, invece, potrebbe fornire le novità maggiori: se prima Ruffini, direttore di rete, e Di Bella, direttore del TG3, non sembravano implicati nel delizioso valzer delle cariche, ora invece pare proprio che per i due si prospetti un salto in avanti, finendo addirittura sulla rete ammiraglia, rispettivamente direttore di rete e direttore del TG1. Questo secondo il quotidiano Repubblica.
Affari Italiani, invece oggi conferma le prime indiscrezioni originarie: Minoli alla guida di RaiUno e Ferruccio De Bortoli al TG1. Variazioni invece per quanto riguarda gli altri due telegiornali Rai: via Mauro Mazza dal TG2 e dentro Angela Buttiglione, mentre il TG3 lascia la cura di Di Bella e passa al quotato nome di Bianca Berlinguer. Clemente Mimun, dato pure lui in partenza nonostante la smentita del diretto interessato, invece avrebbe adocchiato il vertice di Rai Sport, considerate ormai certe le dimissioni di Fabrizio Maffei, dopo l'implicazione della redazione sportiva nel vortice di Calciopoli. Roberto D'Agostino su Dagospia invece recupera la candidatura di Minoli a direttore del TG1 e quella di Paolo Ruffini stabile sulla cattedra del TG3., anche perchè, da quanto afferma Cesare Lanza su Lamescolanza.com, pare abbia già declinato la candidatura. Vediamo di dipanare la matassa e diamo ai protagonisti in gioco le candidature finora pervenute:
CLAUDIO CAPPON: direttore generale RAI
GIOVANNI MINOLI: direttore RaiUno, direttore TG1, vicedirettore generale RAI
CLEMENTE MIMUN: direttore TG1, direzione Rai Sport
PAOLO RUFFINI: direttore RaiUno,
ANTONIO DI BELLA: direttore TG3, direttore TG1.
BIANCA BERLINGUER: direttore TG3
FERRUCCIO DE BORTOLI: direttore TG1
Riassumento, per la direzione del TG1 i nomi sono: Giovanni Minoli, Clemente Mimun, Antonio Di Bella e Ferruccio De Bortoli, con quest'ultimo in vantaggio rispetto agli altri pretendenti. Completa il fanta-schieramento Cappon alla direzione generale RAI, la Berlinguer al TG3 e Minoli direttore di RaiUno. Ci scommettiamo una Dreher - che tra l'altro neppure mi piace?
Ti pareva che non ne capitava un'altra? Non so perchè (o forse lo so benissimo, ma evito di rimarcare la mia profonda insoddisfazione verso le personalità politiche attuali, di qualsiasi schieramento) ma di nuovo i politici ne combinano una delle loro. Magari anche senza volerlo. Magari si sono sbagliati, può capitare di scrivere su un foglio un banale Francesco Marini, ma poi tanto lo si sa che Franco deriva da Francesco. Ecco, baggianate simili oggi vengono tremendamente occultate nella loro potenza corrosiva. Ma ogni tanto qualcosa di marcio spunta. Come questa foto, tratta dal portale Dagospia, che ritrae Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi, e il presidente della regione Emilia Romagna Vasco Errani, partecipare ad un sordido sghignazzamento proprio nella giornata del funerale di stato per le vittime dell'ultimo attentato a Nassiriya. Una smorfietta magari innocua, ma date un'occhiata agli sguardi degli altri presenti alla cerimonia: ci vedete un sorriso? No. Non si sa ancora che diavolo avesse avuto da dire (e da riderci sopra) Pecoraro Scanio in un momento così solenne e degno di rispetto. Telecamera fu galeotta, dunque. E manco a dirlo, si è subito scatenato il polverone mediatico, le due fazioni politiche, che da mesi ormai giocano al gatto e il topo, non hanno perso tempo per digrignarsi i denti a vicenda.Il centro-destra ha subito polemizzato contro il presunto bluff di Pecoraro Scanio, ritenuto indegno di sedere alla Camera in qualità di ministro, e manco a dirlo la stampa simpatizzante del centro-destra non ha di certo fatto passare inosservata la frittata del leader dei Verdi. Dall'altra barricata, il centro-sinistra si schiera compatta per sostenere Pecoraro, ritenendo anzi la vicenda banalmente strumentalizzata per alimentare inutili tensioni. Insomma, ogni pretesto è buono per ringhiare contro. Certo, i "colpevoli" si sono difesi dicendo che si trattava di fine cerimonia e comunque rinnegando la propria colpevolezza, rimarcando la profonda attenzione dinnanzi ad una tragedia che ha toccato tutta l'Italia.
Ora: passi pure che si trattasse della parte finale della cerimonia. Ogni tanto una battutina scappa pure a noi comuni mortali al termine della tradizionale funzione religiosa. Ma che questo accada in un momento così teso e solenne come un funerale di Stato, e soprattutto accada ad un politico che si appresta a diventare ministro il quale, per giunta, non recita mestamente il mea culpa ma rinnova la propria innocenza, evidentemente non è ammissibile. E non si trattava neppure di un fotografo malizioso che ha immortalato di soppiatto la gustosa scenetta: semplicemente la telecamera ha svolazzato sulla folla nelle battuti finali della cerimonia come si fa di solito, e non è certo colpa del cameran se ha colto per caso un episodio di dissonante ilarità. Credo che in confronto al gesto delle corna di Berlusconi in occasione di una foto di rito, questo gesto sia ben meno comprensibile e passabile. Nonchè una profonda caduta di stile. Bei politici abbiamo, sì sì.
Prepariamo ad un lunedì da leoni per l'informazione televisiva. Per carità, il tema caldo delle elezioni ha ormai da tempo occupato le prime pagine dei quotidiani e paralizzato i palinsesti, specialmente in queste ultime settimane, che concludono il road to definitivo. Oggi e domani si vota, è la resa dei conti per i due candidati premier, l'uscente Silvio Berlusconi e l'avversario Romano Prodi. Domani, alle 15.00, chiuderanno i seggi, e i palinsesti televisivi, come per magia e tradizione, saranno totalmente a disposizione dello spoglio elettorale in formato dati, coinvolgendo tutte le testate giornalistiche italiane, che per l'occasione - che paradosso - trasmetteranno l'ansia del risultato finale contemporaneamente. Facendola breve, se dalle 15.00 in poi di domani voleste cercare di godervi un film in chiaro, fareste meglio a passare alla videoteca di fiducia. Preparatevi ad una dose massiccia e inebriante di tg, rigorosamente in diretta e, manco a dirlo, in pompa magna. Se, al contrario, siete così masochisti - ma d'altronde come il sottoscritto - da farvi inconsapevolmente del male cercando di seguire il minimo sospiro di giornalisti, dati e politici, provo a stilare una breve guida al palinsesto di guerra per uno zapping mirato a non rimanere a secco di informazione neppure per sorseggiarvi un bicchier d'acqua.
Davvero una bella giornata quella di ieri. Programmi fantasma, ospiti ectoplasmi, conduttori imbarazzati neppure fossero stati ripresi nel proprio bagno di casa, servizi che raccontano i servizi mancati, l'occhio della telecamera che assiste inconsciamente ad una florida improvvisazione dell'informazione degno di uno spettacolo teatrale. E in mezzo, sia che ci siano che non ci siano, tra sedute e alzate da poltrona, i politici. Mediaset volle, fortissimamente volle Berlusconi, per sottrarlo al monopolio Rai del dibattito politico televisivo. Voleva piazzarci pure Prodi nella sedia da impiccato. Un confronto all'americana, ma senza l'assilo del timer, che mozza le parole. A condurlo, il sempre vispo Toni Capuozzo, padrone di casa a Terra!, il settimanale di approfondimento a cura del TG5, di nuovo piazzato come speciale. Una bella giornata di tira e molla, tra Berlusconi che dichiara certa la sua presenza, poi scopre della battuta in ritirata di Prodi, si appella alla par-condicio vista al contrario, allora l'idea è di posizionare una serie di giornalisti vicini alla sinistra, nonchè cecchini, pur di garantire il regolare svolgimento della trasmissione, senza violare la legge dell'equità televisiva. Telefonate frenetiche, direttori di testate perennemente con la cornetta in mano, tra offerte e smentite. E alla fine Carlo Rossella disse no.
Ogni tanto dovremmo uscire con lo sguardo dai nostri tradizionali confini televisivi. Oddio, da una parte ci usciamo già abbastanza, raccattando qua e là format stranieri che spesso adattiamo per l'Italia - nascono così Le Iene, il Grande Fratello, L'Isola Dei Famosi, Distraction. Prodotti verso i quali spesso ci scanniamo, prodotti che deploriamo anche gratuitamente, appellandoci alla moralità infangata o immolandoli in nome del dio Trash che impera spesso indisturbato nell'olimpo televisivo nazionale. Dall'altra parte, non vediamo nulla di quanto viene trasmesso negli altri network internazionali. Ed è un peccato. Perchè, oltre a poter scannarci contro la peggio tv straniera, tanto da riconsiderare in positivo le trasmissioni di casa nostra, otterremmo le prove che qualche buon frutto nasce pure nel nostro orticello. E' il caso di Amici di Maria De Filippi. Ok, lasciamo da parte l'ultima burrascosa edizione, flagellata da litigi, capricci e discussioni puerili. Nonostante provenga da Saranno Famosi, il format riadattato da Maria De Filippi, che mescola ballo, canto e recitazione in una scuola per artisti, è già materia di sagace osservazione da parte di molti network stranieri, colpiti dalla formula originale del progetto, che ruota appunto sulla completezza artistica dei ragazzi. Oltre ai network, pure l'Università di Lisbona ha sorpreso piacevolmente il direttore della scuola di Amici, nonchè autore del programma, Chicco Sfondrini, quando ha ricevuto via e-mail la notizia che l'università portoghese avrebbe sviluppato un corso per analizzare le personalità dei ragazzi della scuola. Sono riconoscimenti di cui essere soddisfatti, anche perchè non capita spesso che un'idea italiana (che non sia una fiction) valichi con successo i propri confini, e quando accade bisogna andarne fieri.
Certo, è tempo di elezioni pure per i reality di Canale 5. Oddio, le nomination ci sono già, tutte ben preparate con cura e amore, ora tocca agli elettori chiamati alle urne mandare a casa uno dei nominati, e conseguentemente far vincere l'altro (si sa, sono solo due). Niente televoto, basta la matita e la solita schedina. Può sembrare strano, ma pure i protagonisti del Grande Fratello e i contadini de La Fattoria, seppur abituati al voto in confessionale, sbirciati dall'occhio scrutatore della telecamera, saranno supportati accuratamente affinchè esprimino legittimamente la propria votazione. Alessia Marcuzzi darà nella puntata di stasera tutte le informazioni per votare il candidato premier e dare la propria preferenza per Camera e Senato, mentre Barbara D'Urso informerà i contadini nel corso della settimana. Non è una grande novità per i concorrenti di Cinecittà: oltre ad eliminarsi reciprocamente ogni sette giorni, hanno già sperimentato tre settimane fa lo spirito della giornata elettorale votando su apposite schede gialle il candidato (concorrente) da eliminare, con annessi scleri finali. La produzione metterà a disposizione dei concorrenti i programmi dei due schieramenti e le liste delle forze politiche in Italia ma, per rispettare fino all'ultima goccia la vituperosa legge sulla par condicio, sarà tassativamente vietato esprimere giudizi politici o orientamenti di voto nel periodo pre-elettorale. In compenso, gli inquilini del Grande Fratello e i contadini de La Fattoria saranno trasportati nei seggi della propria città (esatto, i fattori dal Marocco tutti in Italia, divisi per città) e poi rispediti alla base delle produzioni. Mamma mia, diranno a Mediaset e a Endemol, quanto diavolo ci costa far votare gli italiani. Non era meglio un bel televoto?