Anche La Pupa E Il Secchione, il fortunato programma di Italia 1 condotto da Federica Panicucci (ripresasi dal flop di Comedy Club) e da Enrico Papi (che salirà anche al timone di Distraction), atterra tra le grinfie spietate dell'AIART, l'associazione di telespettatori di matrice cattolica che, per bocca del presidente Luca Borgomeo, è ormai abituata a sparare sentenze su ciò che passa il convento catodico. E noi ormai la conosciamo bene, visto che tempo fa si era già fatta sentire contro lo stesso Distraction e successivamente contro il montepremi in palio al Grande Fratello 7, finito fino all'ultimo centesimo nelle mani del vincitore Augusto De Megni.
Eccola, spiattellata, l'arguta accusa alla trasmissione della rete giovane di Mediaset: «Insulsaggini, volgarità ed assenza di un valido copione ne fanno un esempio di tv spazzatura. Non è certo uno spettacolo di qualità. Italia 1 continua a contraddistinguersi per programmi non certo edificanti, per lo più trasmessi in prima serata. Voler scandalizzare a tutti i costi, prendere dall'estero esempi negativi di televisione non fa certo bene alla qualità di quanto viene trasmesso sul piccolo schermo e il fatto che lo share sia stato del 17%, tenendo per buoni i dati Auditel, significa solo che una parte degli italiani, quando accende la tv, al tempo stesso spegne il cervello».
Ora. Ciò che l'universo umano non ha ancora assodato è quello che all'AIART aggrada. Sicuramente cultura, trasmissioni divulgative, musica classica e teatro. Ma chiunque sa bene che forgiare la tv soltanto attraverso questi spettacoli sia, paradossalmente, controproducente, poichè emargina naturalmente spettacoli e programmi volti a divertire lo spettatore. Missione intrapresa anche da La Pupa E Il Secchione. Che non è certo paragonabile ad un pomposo varietà vecchio stile, e che ovviamente non è figlio del Super Quark di Piero Angela. Quale scandalo allora cela questa trasmissione? La contrapposizione esuberante ed esasperata tra l'ignoranza patinata delle pupe e l'intelligenza anti-moda dei secchioni? Federica Panicucci ha affermato, in risposta a questa dicotomia voluta: «Partiamo dai luoghi comuni per superarli». Anche se bisogna proprio ammettere che, più che superarli, ci si gioca molto su. Ad ogni modo, parlare di scandalo è decisamente eccessivo. Ma all'AIART evidentemente non piacciono i programmi scanzonati. E da ora neppure quelli spizzicati dall'estero. L'ultima frase, che riguarda i dati Auditel, poteva essere formulata molto meglio, caro Borgomeo: gli italiani, accendendo la tv, spengono il cervello, perchè forse, dopo un'intensa giornata lavorativa, non hanno proprio voglia di dedicarsi ad esercizi di algebra, e preferisco puntare su uno show carino e simpaticamente grottesco che non per forza deve sminuire il telespettatore. Che non è mica fesso, come lo dipingete voi.
Ormai non ci stupiamo più di fronte a nulla. TGCOM riporta la notizia, diffusa alcuni giorni fa dall'ANSA, della simpatica (?) querelle tra l'ENPA, Ente Nazionale Protezione Animali, e la Rai, per la presenza del dolce porcellino (foto a lato TGCOM) che allieta, supportato dal delirante doppiaggio in stile Topo Gigio, il gioco dei pacchi di RaiUno, Affari Tuoi, condotto nel nuovo variopinto corso dalla sbarazzina Antonella Clerici. Da quanto si legge sul sito, «dopo numerose proteste da parte dei telespettatori la protezione animale ha deciso di intervenire multando la Rai per per non aver segnalato all'ufficio preposto alla tutela degli animali l'intenzione di inserire un piccolo suino nel cast della trasmissione. La tv pubblica rischia così di dover pagare fino a 500 euro di ammenda».
Irrisorio l'indennizzo da pagare, ma è curiosa la svista dell'azienda di Viale Mazzini, rea di non aver informato né in tempo né involontariamente della presenza dell'animale in studio. Nel quale è ben collocato in un recinto, libero comunque di spostarsi all'interno, ma spesso al centro della scena, o meglio continuamente colpito dai riflettori che, sempre secondo l'ENPA, generano «enorme confusione, situazione di sicuro stressante per il povero animale, tra l'altro in giovane età». Numerose le lettere e le e-mail piovute all'indirizzo dell'associazione da parte dei telespettatori inteneriti dal porcellino: un numero così elevato da spingere l'ENPA a muoversi pubblicamente. L'associazione stessa fa presente come a Roma «l'utilizzo di animali in spettacoli e riprese televisive è vincolato alla comunicazione preventiva all'Ufficio tutela animali, che dispone gli opportuni controlli al fine di verificare che gli animali coinvolti non siano maltrattati o tenuti in condizioni improprie. La Rai - secondo l'Enpa - ha ignorato questa regola, non avvertendo in alcun modo l'Ufficio preposto, motivo per cui ha ritenuto opportuno procedere con la contestazione del verbale». Quello che ora si augurano dall'associazione è che il simpatico maialino venga sostituito da un più freddo peluche. Avrà lo stesso effetto sui bambini, che già da tempo, su ordinazione della conduttrice di Affari Tuoi, inondano la redazione con disegnini e proposte di nomi da affibbiare al cucciolo? E' evidente come la scelta di puntare sull'animale voglia coinvolgere un ampio pubblico di giovanissimi, e ricalca la mossa acchiappa-target bambini di Ricci a Striscia La Notizia, che fin dall'epoca Greggio-Hunziker aveva fatto sfoggio del san Bernardo Boh, mascotte della coppia e poi finito in dono ad un'associazione terapeutica.
Si potrebbe stare ore a discutere se sia giusto o meno puntare i riflettori sugli animali, spiattellandoli nelle trasmissioni televisive come gustoso contorno del programma. Ci sono delle norme in materia. Piuttosto, crea imbarazzo che ci sia stato un movimento di sensibilizzazione verso i suini, tradizionalmente condannati alla graticola e a trasformarsi in fettine, bistecche e salsicce a consumo degli esseri umani. E' un modo per veicolare il messaggio di tenerezza incontaminata, quando la realtà di tutti i giorni è ben diversa e questi atteggiamenti disarticolano le visioni soprattutto dei più piccoli? Chi dice loro della fine che faranno? La stessa ENPA tutela gli animali da spettacolo, compresi i porcellini, ma - salvo sviste del sottoscritto - tace sulla macellazione industriale delle povere bestie? Quando le contraddizioni sono all'ordine del giorno. Il prossimo caso, prego.

Devo ammettere che ho una sregolata propensione a focalizzare la mia attenzione sulle critiche che quotidianamente qualcuno, da qualche parte nel globo, indirizza spietatamente verso la televisione. Non so perchè, ma provo un sadico eccitamento nel sentire le innumerevoli accuse, composte con assoluta padronanza lessicale e formale, tanto che qualche volta inorridisco di fronte alle dichiarazioni. Questa volta, a capitare sotto tiro, è di nuovo Luca Borgomeo, presidente della onlus AIART, l'associazione dei telespettatori di stampo cattolico che, dopo aver attaccato a più riprese Distraction, il game show di Teo Mammucari, ora ci riprova ancor più agguerrito contro il Grande Fratello, che ha concluso la sesta edizione proprio giovedì scorso incoronando vincitore Augusto De Megni (nella foto tratta da Sorrisi.com) che si intasca un bel bottino di novecento mila euro. Un premio che rasentava pure il milione, se non fosse stato per la farsa del rientro in ciurma del terzo classificato finale, Fabiano Reffe il quale, a poche puntate dal termine, era stato ripescato dagli inquilini in extremis mandando in malora un centinaio di migliaia di euro. Un premio che, comunque, rimaneva eccessivo per molti "moralisti", chiamiamoli così, che hanno colto subito e pure a posteriori questo sacrilegio come pretesto per una critica senza remore.
Ecco cosa dichiara Borgomeo all'agenzia ADNKRONOS: «Il Grande Fratello è il frutto di una sottocultura che purtroppo sta prendendo piede nella nostra società e che privilegia l'apparenza alla sostanza, finendo così per rovesciare la scala dei valori e dei principi che costituiscono il tessuto connettivo di una comunità e del suo patto sociale». Fin qui la doverosa postilla iniziale, un po' di fango gettato non fa mai male. La definizione di sottocultura è originale, perlomeno non si tratta delle solite argomentazioni ritrite. No, questa volta ci si addentra nella sociologia antropologica, perbacco. Roba da acculturati. E prosegue, questa volta prendendo come bersaglio il famigerato premio finale: «E' immorale che il vincitore metta in tasca 900mila euro per non fare assolutamente nulla: un vero scandalo. Uno schiaffo alla miseria, uno sperpero di risorse in un certo senso pubbliche, visto che per mandare in onda quella trasmissione viene utilizzato l'etere che, fino a prova contraria, è un bene di tutti, della comunità, dello Stato». Diamine, sto sbiancando. Passi pure l'immoralità, lo schiaffo gratuito e sonante alla miseria, ma che ci sia uno sperpero di risorse pubbliche ne siamo sicuri? Verrebbe subito da dire: beh, Mediaset è privata, chissenefrega, mica sono i soldi di noi contribuenti. Non è errato, in effetti, dire così. Ci saranno tanti sponsor dietro il GF da permettere un premio del genere. Forse Borgomeo non intendeva propriamente il canone, ma l'ETERE, sì, avete sentito bene. L'etere, signori. L'aria che respiriamo, pure. L'atmosfera, che permette di veicolare il segnale, di farcelo arrivare nelle nostre case. Il GF lo inquina, diamine. Inorridisco e mi spavento: mi stupisco di quali argomentazioni si tirino fuori pur di manifestare il proprio fremente disappunto senza correre il rischio di risultare banali e ripetitivi. L'arma ora è quella dell'esagerazione verbale, se ne sparano di ogni, si esalta lo sproloquio. Aberrante, davvero. Non serve aggiungere che una giustificazione del genere sia offensiva e risibile.
Ma Luca Borgomeo prosegue nella sua egloga tagliente accusando - nell'evidente ed esasperata esagerazione della generalizzazione - i produttori del format, rei di dare ai giovani «un pessimo esempio e veicolano un messaggio devastante, non solo perchè quella trasmissione è un chiaro esempio di tv spazzatura, ma anche perchè un premio così elevato può riuscire a convincere i giovani che basta fare niente per guadagnarsi una cifra che una persona comune non riesce a mettere insieme nemmeno in una vita di onesto lavoro». Sorvolerei sulla labile definizione di tv spazzatura, inquadrabile da più punti di vista e con conclusioni delle più disparate. Al massimo dico qualcosa sulla questione del premio, per carità, elevato, ricordando che tanti altri programmi, a partire proprio dall'intoccabile (il perchè ancora non me lo so spiegare) Affari Tuoi, venditrice di sogni a pacchi grazie al meccanismo della fortuna sfondata, finendo con mezzi più istituzionali e sociali come Lotto, SuperEnalotto e concorsi a pronostico. In questo contesto più ampio, la critica dritta al GF appare riduttiva e al di sopra delle parti. Soltanto perchè la vincita cospicua si può realizzare attraverso uno show televisivo basta per raggiungere la deprecabilità del contesto? Per non parlare di altri show, da Miss Italia ai reality vip: vendono nuove possibilità di collocazione sociale, non gestito necessariamente dal mittente (il programma in questione) ma dall'apparato sociale. Quello di Borgomeo è un attacco generalizzato e per questo sterile, che finisce per sparare nel mucchio delle banalità, senza proporre una soluzione ma limitandosi alla distruzione. Sono piuttosto la società e il sistema dei media a creare il vero squilibrio, ad enfatizzare personaggi e situazioni fino allo sfinimento. E' questo, per me, la vera malattia, da combattere e sconfiggere. Non un premio che potrà pur cambiare la vita, ma non rappresentare un pericolo così nefasto per l'intera umanità. Sarò pure cinico, ma non sono soldi miei, fino a prova contraria.
Ne abbiamo viste parecchie, soprattutto in questi giorni, funestati dal caos elettorale e, giorni prima, dibattendo sulle novità che la nostra amata e bistrattata televisione propinava a consumo del telespettatore. Venne l'emblema del sovracitato Distraction, che fu, subito dopo la sua prima messa in onda, l'erede naturale delle polemiche già sorte con facilità con Rome, fiction pure questa già sovracitata. Colpita da qualsiasi organo catodico-educativo, pure impersonificato dal senatore Michele Bonatesta, nostra consueta conoscenza, senza citare gli ormai esperti in materia Moige e Codacons, ora Teo Mammucari deve difendersi dall'ennesimo attacco che questa volta arriva dritto - aprite le orecchie - dall'AIART, l'associazione che riunisce i telespettatori cattolici. L'osservazione pungente proposta dal presidente Luca Borgomeo vuole essere di sollecito all'intervento definitivo da parte dell'AGCOM, incaricata di vegliare sulla trasmissione trash di Italia 1: «Purtroppo Mammucari e gli ideatori del programma continuano a produrre volgarità e contenuti insulsi. Comminare una multa a Italia 1 serve, ma poco. L'importante è spostare questa trasmissione in seconda serata, quando davanti alla tv non ci sono bambini. Distraction non è certo una tv per tutti».
Tranquilli, è solo questione di ore. Bene, eccolo. Già ne sentivamo la mancanza. Dopo la stroncatura di Rome su RaiDue, fiction altamente diseducativa e violenta, come era facilmente intuibile nelle grinfie di Michele Bonatesta finisce senza tante remore Distraction, il nuovo game-trash-show di Teo Mammucari che ha esordito ieri sera su Italia 1 in prima serata. Esatto, prima serata, fascia protetta (almeno fino alle 22.30): ti pareva che non gli si scatenassero contro i paladini della moralità?
Il senatore Bonatesta, che per dovere di cronaca è componente della direzione nazionale di An e membro della commissione di Vigilanza sulla Rai, esonda in un lancio di agenzia AdnKronos: ''Dopo aver visto la prima puntata di Distraction, il programma condotto da Teo Mammucari che Italia 1 ha mandato in onda in prima serata, possiamo dire, senza tema di smentite, che il codice di autoregolamentazione tv a tutela dei minori, nonostante sia stato recepito dalla legge 112/04, e' lettera morta, carta straccia, una presa in giro per le famiglie italiane'', e continua: "'I contenuti violentemente demenziali, volgari e diseducativi del trash show di Mammucari sono infatti incompatibili con la fascia oraria protetta. Distraction doveva andare in onda in seconda serata, dopo le ore 22,30". Alè, pare che l'odio sia stato scaricato completamente. Per carità, senator Bonatesta: per essere senatore è chiaro che qualche annetto sulle spalle ce l'ha. Ed è abituato ad una televisione diversa da quella globale di oggi. Forse dovrebbe mettersi nei panni di un bambino per poter giudicare obiettivamente un programma televisivo. Ma è chiaro che non è possibile (neppure con Bisturi, credo). E pensare che come telepromozioni spuntavano i servizi di suonerie per i cellulari, destinatario un pubblico di giovanissimi, da Top Of The Pops. Mediaset voleva davvero vestire i panni del lupo cattivo oppure dovunque c'è trash (ma siamo sicuri che sia trash) c'è ripugno (morale o istituzionale)?
La fiction Rome, che ha esordito con modestissimi risultati venerdì sera su RaiDue, com'era prevedibile, fa discutere. O meglio, continua a far discutere, visto che già il suo arrivo in Italia era stato accompagnato dalla scia di tragressione in formato video, che era inizialmente sbarcata in America e poi in Inghilterra e che apparteneva propriamente alla Roma imperiale della quale HBO (canale via cavo USA, dove la fiction va in onda interamente), BBC e Rai Fiction hanno tentato di ricrearne l'atmosfera. Non è bastato costruire una fiction parallela a quella più esplicita andata in onda al di fuori dai nostri confini. No. Troppe scene crude, violenze, orgasmi. La depurazione istituzionale, che cercava di spazzare le ultime polemiche, invece le ha rimesse in circolo doppiamente, prima per la troppa censura, poi per una censura non corretta.
Così scrive la critica televisiva Mirella Poggialini nella sua rubrica La Pagella Di Mirella su Sorrisi & Canzoni TV in merito alla seconda serie di Desperate Housewives (lunedì, ore 21.00, FoxLife).
5 alla nuova serie di Desperate Housewives, ora su FoxLife di Sky. Le serie successive alla prima rischiano, come in questo caso, di cristallizzare tipi e temi: le protagoniste sono più macchiette, costrette in ruoli che che interpretano meccanicamente, la sceneggiatura non vola alto, si ripete e lascia dei vuoti. Ora appare una sit-com come tante altre, non è più una sorpresa.
Mirella Poggialini (critico televisivo del quotidiano Avvenire), La Pagella Di Mirella, Sorrisi & Canzoni TV n.10, 2006
Prendo spunto da questa osservazione per analizzare la seconda serie di Desperate Housewives, in onda ora solo su FoxLife (canale 111 di Sky), telefilm-comedy capace, nella prima stagione, di incollare al video telespettatori di mezzo globo. Le aspettative, d'altronde, sono forti, e qualsiasi telespettatore, dopo essersi gustato 23 episodi tutti quanti intensi e ironici, pretende di assistere ad un prosieguo ancora più coinvolgente. E' il castigo che attanaglia qualsiasi produttore/autore che ha raggiunto il successo planetario, e che non può più fallire, dopo aver messo in atto il colpaccio della vita. Marc Cherry, mente pulsante della serie, è già stato attaccato dalla critica americana, che non ha molto gradito i primi episodi della seconda serie, meno incisivi e creativi, e ha puntato il dito contro l'eccessiva attenzione del produttore verso un nuovo serial, al quale si sta dedicando, a discapito delle casalinghe disperate. Come da copione, Cherry ha subito rigettato le accuse al mittente, ma è innegabile che, ahimè, fin dalle primissime puntate, si senta un po' il fiato corto. E lo dico con sconfortante schiettezza benchè, io stesso primo fan di Desperate, cerchi continuamente di sublimare gli episodi, che per la verità non appaiono così strepitosi. Manca, senza dubbio, il filo di mistero che lega tutte le vicende, rimanendo continuamente in background. D'accordo, c'è la famiglia Applewhite, che custodisce in cantina il proprio segreto, ma è un segreto a sè stante, incapace di strutturare una narrazione di più ampio respiro (anche perchè nel giro di due episodi il mistero si esaurisce). Le casalinghe (e questo è un punto mosso dalla critica americana) appaiono a loro volta isolate, non più unite dalla ricerca della verità che ha fatto fuori la loro quinta collega, Mary Alice Young. Ognuna si culla all'interno delle proprie vicende personali, che le portano agli opposti, crocifiggendole nel proprio ambiente di vita.
La sceneggiatura rimane attenta, caparbia, ma perde a livello narrativo, come già spiegato. Ogni scena termina con un'azione, e dalla stessa azione (in un contesto diverso) ha origine una nuova scena, e questo è un elemento che non mancherò mai di sottolineare. A tratti prevale la noia, per poi venire bruscamente interdetti da una mirabolante gag, dal richiamo di un doppio senso o da una macchina di verità che decide lei stessa come portare avanti la narrazione. Non mancano lampi di genio, ma si sente la lontananza di un copione serrato che aveva reso indimenticabile la prima serie del telefilm. Eviterei però il termine sit-com, se va a cogliere quel genere di commedia alla Casa Vianello che trionfò in tv negli anni Novanta. Non siamo ancora a quel livello, e credo proprio che neppure alla lontana si corra il rischio di sfiorarlo. Sicuramente la sorpresa non è più l'elemento portante, a livello narrativo. In ogni momento si aspetta un colpo di scena, e non sempre se ne esce soddisfatti. Teri Hatcher, la splendida Susan Mayer, conferma il suo talento e dona fantasia: è la più pagata ma paga molto in termini di spettacolo. Le altre 3 non sono da meno, certo. Dicono che vanno avanti da sole, senza interlacciare l'una con l'altra per non riabilitare tensioni e invidie. Non ci volevo credere, ma favorire l'assolo delle casalinghe non porterà tanto lontano. Aspettiamo ancora un po' e giudicheremo.